CARTE DI CREDITO: DENUNCIA ALL’UNIONE EUROPEA

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Nella giornata del No card day del 12 novembre 2014, FAIB, FEGICA e FIGISC/ANISA, nel rappresentare ad esponenti del Governo e del Parlamento, alla stampa ed alle Organizzazioni dei Consumatori le ragioni della protesta per l’insostenibilità degli oneri che la Categoria deve sopportare per le transazioni in moneta elettronica, hanno annunciato l’iniziativa di denunciare all’Unione Europea banche, gestori delle carte, ma anche Bankitalia ed i Ministeri competenti, per aver consentito od aver condotto – a seconda delle specifiche competenze – inadempienze gravi e violazioni delle norme comunitarie, con l’imposizione diretta od indiretta di prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazioni non eque, ai sensi degli articoli 101 e 102 del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea.

Nel testo della denuncia si descrive esplicitamente che la situazione del mercato di questi servizi in essere «produce effetti distorsivi e distorcenti in quanto introduce un “assurdo economico”  difficilmente sostenibile. Appare difficilmente sostenibile, infatti che mentre da una parte si obbliga un soggetto economico, al di là delle proprie convenienze d’impresa, ad accettare in pagamento la “moneta elettronica” (emessa da un privato e non dalla BCE) dall’altra si lascia che gli acquirer definiscano… il costo di ogni singola transazione, modificando unilateralmente le condizioni di contratto sottoscritte con ogni singolo esercente/gestore carburanti, minacciando in caso di mancata e supina accettazione di tale modifica unilaterale, il recesso unilaterale dal contratto in essere. Nel settore della distribuzione carburanti le commissioni imposte – a chi non può sottrarsi dall’obbligo di accettazione – oscillano fra lo  0,60  e  l’1.40%  sul  transato,  nè  esiste  la  possibilità – essendo di fronte ad un sostanziale oligopolio che fa cartello ed applica le medesime commissioni – di scegliere un diverso “competitor“. Se consideriamo, infatti, il margine medio riservato al Gestore, lo stesso piccolo operatore commerciale (microimpresa) sarà costretto a sborsare dal 25% al 56% del suo ricavo lordo. Ciò mentre la Comunità Europea prevede l’armonizzazione della commissioni con una soglia posta fra lo 0,2% (carte di debito) e lo 0,3% (carte di credito).».

In proposito, pubblichiamo, di seguito, l’intervento tenuto dal Presidente Nazionale FIGISC, Maurizio MICHELI, in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma il 12 novembre 2014:

Micheli Squeri

«Come è noto, i provvedimenti del Governo hanno introdotto l’obbligo per gli esercenti di accettare pagamenti elettronici per fornitura di beni e servizi eccedenti l’importo di 30,00 euro.

Un provvedimento – discutibile o meno che sia – che può avere risvolti di positività presso una categoria come la nostra che, proprio alla presenza del contante negli impianti, è soggetta con drammatica frequenza a rapine e furti.

Ma le ragioni per cui non va bene affatto sono altrettanto, e decisamente molto più forti, delle ragioni a favore: la prima è l’alto costo delle transazioni per la moneta elettronica ed i costi variamente connessi alle apparecchiature, che sono del tutto incompatibili con la redditività della gestione, la seconda è l’elevato contenuto di imposte connesso al prezzo che viene transato.  

Per non ripetere tutte le cose già note, mi soffermerei su questi due aspetti che da soli bastano a spiegare la nostra posizione.

Perché i costi sono incompatibili con la redditività? 

Il margine del gestore era fino a qualche anno fa compreso tra i 3 ed i 4 cent/litro, oggi è sceso mediamente a poco più di 2 cent [a prezzi odierni poco più dell’1,5 % del prezzo finale al consumo], per effetto di pochi e fondamentali fattori: la concorrenza sleale dei prezzi, dovuta in gran parte al fatto che le aziende vendono al gestore – che è vincolato all’acquisto in esclusiva – il prodotto con prezzi che sono tra i 16 ed i 20 cent più alti di quelli praticati alle pompe bianche od alla grande distribuzione, la pluralità delle forme di servizio [servito, faidate, prepagamento] e dell’offerta di prezzi per ognuna delle quali viene assegnato al gestore un margine decrescente.  

Con l’1,5 % di margine sul prezzo non si possono sostenere gli oneri di moneta elettronica che sulle vendite si mangiano esattamente TUTTO il margine e spesso anche di più. Ossia, si è costretti a vendere prodotto per non avere alcun valore aggiunto, anzi a perderne.  

A ciò si aggiunga che la pesante flessione delle vendite [in pochi anni la perdita di vendite nella rete distributiva ha superato il 25 %, con erogati medi per impianto crollati a poco più di un milione di litri/anno], dovuta alla crisi economica che imperversa da anni, all’anomala fiscalità che grava sui carburanti, alla concorrenza sleale dei prezzi, ha fatto saltare ogni equilibrio economico delle gestioni, che tra diminuzione del margine e flessioni dell’erogato hanno perso mediamente il 55 % dei ricavi in pochi anni.  

Tanto che la distribuzione dei carburanti è stata definita un business a perdere e che le banche – che lucrano i risultati dell’operazione moneta elettronica – non finanziano più in alcun modo il credito di esercizio per questo settore alle microimprese che vi operano.

Ancora: il contenuto economico delle transazioni è condizionato dal peso fiscale anomalo che esiste sui carburanti.

Su un litro di benzina, a prezzi correnti, le imposte equivalgono al 62 % del prezzo che l’automobilista paga alla pompa, su un litro di gasolio il 57 %.  

Una situazione che verrebbe fortemente acuita se si dovessero attivare le norme di salvaguardia previste in materia di aumento di accise ed Iva nella legge di stabilità che si discuterà ora in Parlamento, per effetto delle quali in un lasso di tempo dal 2015 al 2021 il prezzo dei carburanti potrebbe salire solo per effetto dell’aumento delle imposte da 8 a 13 cent/litro, con un aggravio di altri 32 miliardi di euro oltre ai 22 già pagati in più dal 2012. A quel punto, il peso delle imposte salirebbe al 65 % del prezzo della benzina.  

Il gestore – in sintesi – paga oneri che superano il suo margine per gestire giri di valori che rappresentano sia merce da pagare alle compagnie che, in misura praticamente doppia, imposte per conto dello Stato [una situazione che si ripete dove il valore delle imposte incorporate nel prezzo del bene esorbita quello della merce, come nel settore dei generi di monopolio], facendo da esattore a sue spese e sottocosto per decine di miliardi di euro l’anno per l’Erario.  

Sono queste le ragioni per cui questa categoria non può accettare – perché non può materialmente sostenere, e non certo per arbitrio! – una situazione in cui vengono imposti obblighi gravosi oltre il sostenibile, in una logica di asservimento a funzioni e situazioni che mancano di qualsiasi fondamento economico per l’esercizio dell’attività imprenditoriale, in un settore in cui già le regole del mercato e della concorrenza sono disattese, e su cui politica, authority, compagnie petrolifere si accaniscono a peggiorare lo scenario sociale ed occupazionale.»

Nota informativa
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