LA RAZIONALIZZAZIONE SECONDO COOP E GDO

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Sul tema della razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti, e del suo percorso parlamentare [un iter niente affatto scontato, nonostante i prematuri entusiasmi a suo tempo registrati per il passaggio alla Commissione della Camera], in seconda lettura al Senato di un provvedimento che è già stato parzialmente sconciato/snaturato alla Camera rispetto alla sintesi cui erano giunte le varie componenti del settore, per capire l’aria che tira sarà bene cominciare da quello che è stato l’esordio in Decima Commissione, in data 21.10.2015, da parte del Relatore del provvedimento, il sen. Luigi MARINO, che sul settore carburanti dice testualmente: «la norma che impone ai soggetti entranti nel mercato della distribuzione dei carburanti oneri eccessivi e l’adempimento di numerose pratiche burocratiche, che di fatto hanno finora impedito un corretto sviluppo del settore e creato una situazione di “protezione” per gli impianti esistenti: tale norma non viene più abrogata diversamente da quanto previsto nel testo originario. La filiera petrolifera inoltre rimane dominata da un oligopolio di società verticalmente integrate che contestualmente producono, commercializzano all’ingrosso e vendono al dettaglio. Situazione che, anche in ragione del progressivo aumento delle accise sulle benzine avvenuto negli scorsi anni, determina un aggravio sul prezzo dei carburanti che ricade sugli automobilisti e sulle imprese. Sul fronte dei distributori di carburanti, rispetto al panorama europeo, nel nostro Paese continuano a mancare forti operatori commerciali in grado di contrattare liberamente le migliori condizioni di acquisto dei carburanti con i produttori nazionali e internazionali, ed un numero sufficiente di autonomi rivenditori al dettaglio (stazioni di rifornimento) indipendenti dai produttori sia sul piano dell’offerta commerciale sia su quello dei prezzi di vendita. Una maggiore iniezione di pressione concorrenziale nella filiera petrolifera si potrebbe assicurare alla collettività un significativo risparmio di risorse».

Con queste osservazioni mandate al Senato in data 19.11.2015, COOP e CONAD, a loro volta, sparano ad alzo zero sul settore: «Si premette che nonostante il sistema distributivo dei carburanti sia ancora un sistema inefficiente, oligopolistico, protetto, chiuso su se stesso, connotato da forti vincoli e quindi tale da generare costi impropri per famiglie e imprese (diminuendo il potere d’acquisto delle prime e i livelli di competitività delle seconde), il DDL AS 2085 non contiene alcuna misura idonea a centrare l’obiettivo dell’apertura pro-concorrenziale del mercato. Sul punto è evidente come la portata liberalizzatrice del provvedimento sia stata totalmente depotenziata in occasione del passaggio in Aula alla Camera, con particolare riferimento all’obbligo del terzo prodotto, che l’art. 22 del ddl concorrenza, nella sua originaria versione, si proponeva di eliminare recependo in merito le puntuali indicazioni espresse dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. L’attuale art. 35 del DDL S. 2085 segna, di contro, un evidente arretramento a riguardo, lasciando inalterato l’impianto esistente, nella parte in cui subordina l’illegittimità dell’obbligo del terzo prodotto alla riscontrata sussistenza di ostacoli tecnici o oneri economici eccessivi e non proporzionali alle finalità dell’obbligo stesso; in altri termini, in totale spregio alle indicazioni dell’Antitrust…… si è scelto di continuare a vietare l’imposizione di tale obbligo solo limitatamente ai casi di non proporzionalità e eccessiva onerosità dello stesso, frustrando così in radice ogni prospettiva di liberalizzazione del settore………..

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Per quanto concerne invece l’art. 36, recante misure di razionalizzazione della rete carburanti, anche in questo caso si ritiene che gli obiettivi di efficientamento e modernizzazione del settore possano essere raggiunti esclusivamente promuovendo la concorrenzialità come fattore di sviluppo e non arretrando su posizioni di difesa dell’esistente, la cui disfunzionalità non può essere premiata né pagata a spese della collettività. Deve essere, quindi, fermamente respinto ogni tentativo, palese o mascherato, di introdurre “moratorie” alle nuove aperture, attraverso strumentali modifiche alla vigente normativa urbanistica.

Sotto questo profilo, il testo licenziato dalla Aula di Montecitorio rappresenta un significativo passo in avanti rispetto a quello recepito dalle Commissioni riunite Finanze e Attività Produttive della Camera, essendo stati eliminati i commi dell’articolato volti ad introdurre vincoli urbanistici tali da ostacolare l’ingresso di nuovi operatori.Ciò premesso e pur prendendo favorevolmente atto del miglioramento del testo licenziato dalla Camera, la proposta di razionalizzazione del settore, per come configurata, rimane comunque criticabile. In particolare non appare condivisibile il ricorso a procedure derogatorie della normativa ambientale, che potrebbero prestarsi, oltretutto, anche a censure sotto il profilo del diritto comunitario».

Né potrebbe mancare l’attacco della grande distribuzione «laica» [cioè non «cooperativa»], che tramite FEDERDISTRIBUZIONE scrive al Senato,sempre in data 19.11.2015:

«Rispetto allo scenario europeo, continua a mancare in Italia un numero sufficiente di autonomi rivenditori al dettaglio di carburante indipendenti dai produttori sia sul piano dell’offerta commerciale, sia su quello dei prezzi di vendita. Una normativa più incisiva a tutela della concorrenza in questo settore assicurerebbe alla collettività un significativo risparmio di risorse. Ricordiamo inoltre che il tema della liberalizzazione nella distribuzione dei carburanti era stato affrontato anche nella Segnalazione dell’Antitrust di luglio 2014, ove era stato rilevata la necessità di modificare il citato art. art. 83-bis, al fine di eliminare qualunque riferimento all’obbligo di avere gas metano e/o gpl nei nuovi impianti di carburanti. Inspiegabilmente, però, quanto proposto dall’Autorità è stato totalmente disatteso nel testo del provvedimento…….. In realtà, la nuova formulazione fa un passo indietro rispetto a quella iniziale perché mantiene, comunque, la possibilità di prevedere l’obbligo del terzo prodotto. Nella riformulazione dell’emendamento è inoltre di particolare evidenza la volontà di creare ostacoli alle nuove aperture, imponendo la presenza di gas metano o gpl, che comporta problematiche tecniche e organizzative spesso non superabili, senza invece incentivare fonti alternative a minor impatto per l’ambiente di più facile installazione (es. energia elettrica). Riteniamo quindi che al Senato debba essere ripristinata la disposizione che eliminava in maniera chiara l’obbligo di avere gas metano e/o gpl nei nuovi impianti di carburanti.

Sempre in tema di carburanti, abbiamo colto con favore l’attività svolta alla Camera per evitare che venissero introdotti nuovi ostacoli alla liberalizzazione del settore, come invece richiesto dalle associazioni dei petroliferi (Assopetroli, Consorzio Grandi Reti, Faib, Fegica, Figisc e Unione Petrolifera). Ci riferiamo, in particolare, alla proposta di abrogazione della norma per l’apertura di impianti di carburante (art. 2, comma 1-bis d. lgs n. 32/1998) che prevede semplificazioni per la localizzazione di nuovi impianti.  Auspichiamo dunque che anche in Senato non si dia seguito alle istanze corporative che mirano solo ad introdurre normative a protezione di un settore (in questo caso quello petrolifero) e di chi già opera nel mercato con posizioni dominanti, a discapito della concorrenza e dei consumatori».

E dopo tutto ciò registriamo anche l’opinione del Presidente di UNIONE PETROLIFERA, Ing. Claudio SPINACI che, ad una domanda sul ruolo della grande distribuzione nel settore della distribuzione dei carburanti, ha testualmente risposto: «Anche in questo caso non opponiamo nessun ostacolo alla GDO perché pensiamo che debba essere il mercato a regolare la competizione. Ma non vogliamo essere sempre penalizzati. Se si parla di affidabilità di approvvigionamento, scorte d’obbligo, disponibilità della logistica, servizio pubblico e possibilità di rifornimento in modo diffuso sul territorio, allora vengono chiamate in causa le aziende che fanno parte dell’Unione Petrolifera. Se invece si tratta di dire “liberi tutti”, questo vale solo per gli altri operatori. Un caso classico è stata la Robin tax, applicata solo al settore petrolifero e non a chi, come la Gdo, distribuisce carburanti attraverso i propri canali. O ancora, le limitazioni alla diffusione del non oil sui nostri punti vendita, che rappresenta un’altra differenza importante verso il resto in l’Europa».

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Rispetto a tutto questo stormir di fronde, che ripropone guerre – autentiche o fasulle non sempre è chiaro – di interesse già note da un decennio [non abbiamo dimenticato l’infrazione comunitaria 4365/2004 promossa dalla grande distribuzione «de noantri» [Gruppo Rinascente, Carrefour Italia, Finiper e COOP] contro i vincoli che nel settore della distribuzione carburanti imponevano «restrizioni alla libertà di stabilimento da parte di soggetti residenti in altri Stati UE», che ripropone letture assolutamente vintage della realtà del mercato e dei prezzi, e sventola argomenti da logoro armamentario «ideologico», abbiamo ben poco da condividere: abbiamo già scritto [Figisc Anisa News n. 29 del 12.09.2015] che da questa parte del tavolo – quella dei gestori, ma non solo – oggi infatti le guerre vere sono palesemente altre e cruente, come la disparità dei prezzi, lo sviamento della clientela, la progressiva «ghostizzazione» della rete, lo svuotamento degli accordi e l’«imbastardimento» delle figure contrattuali.

E a parte la questione di sostanza, quanto vale, infine, in termini quantitativi, appunto, la partita della razionalizzazione?

Ancora la parola al Presidente di UNIONE PETROLIFERA: «Il ddl Concorrenza all’esame del Parlamento, che peraltro è solo l’applicazione di norme sulla sicurezza stradale che risalgono al 2001, è uno stimolo che va nella giusta direzione e potrebbe comportare la chiusura di qualche migliaio di punti vendita per incompatibilità».

E alla domanda di STAFFETTA: «Qualche migliaio? Abbiamo sentito stime molto più prudenti…» l’Ing. SPINACI risponde «La nostra stima è tra mille e tremila. La cosa positiva è che grazie a questo ddl finalmente avremo un’anagrafe dei punti vendita e sapremo quali sono quelli incompatibili. Insomma, come detto, la norma va nel verso giusto, anche se non ridurrà il numero di impianti di quei 5-7.000 che renderebbero la nostra rete di distribuzione veramente efficiente».

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